Un gruppo di fisici propone un nuovo modello della Fisica che potrebbe risolvere misteri della Fisica delle particelle come l’energia e la materia oscura, e l’inflazione cosmica.
Come molti sanno, il Modello Standard ha superato molteplici conferme della sua validità, descrivendo in maniera quasi del tutto esauriente tutti i fenomeni che avvengono nel regime delle “basse energie” in termini delle particelle elementari che ultimamente costituiscono l’Universo e delle interazioni tra esse.

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Le particelle elementari descritte dal Modello Standard sono divise in due categorie: i fermioni, le particelle che costituiscono la materia, e i bosoni, le particelle che vengono scambiate e che sono il mezzo con cui descrivere le interazioni.
Nonostante questo il Modello Standard non riesce a spiegare cinque dei più grandi misteri della fisica contemporanea: la materia oscura, le oscillazioni dei neutrini, la bariogenesi, l’inflazione cosmica, e il problema della CP forte, che descriveremo di seguito.

Un nuovo modello sviluppato da un gruppo di ricerca franco tedesco si chiama SMASH e prevede l’impiego di sole sei nuove particelle per conciliare le lacune del Modello Standard della Fisica elencate sopra. Secondo i suoi ideatori non sarà nemmeno così difficile da verificare, e non comporta importanti modifiche al modello standard, ma si tratta di una sua estensione. La proposta è stata pubblicata su Arxiv ed è al vaglio della comunità scientifica.

È presto per avere una risposta sulla sua validità; il punto di partenza tuttavia è apprezzabile, perché al contrario di altre proposte viste in passato, come la Supersimmetria, non richiede l’aggiunta di centinaia di nuove particelle mai viste per spiegare i misteri della Fisica. Inoltre la verifica di tale modello sarebbe basata sull’osservazione delle particelle che descriveremo e che sono già investigate da numerosi esperimenti per scopi diversi.

Il nuovo contenuto di particelle proposte è tutto nel nome, SMASH:

S- standard
M- model
A- axion. Si aggiunge un assione, un fermione che descriverebbe la materia oscura
S- see-saw mechanism. Letteralmente “meccanismo ad altalena”, che si riferisce all’introduzione di tre neutrini pesanti
H- higgs particle inflation. Un analogo della particella di Higgs per descrivere l’inflazione che prende il nome di inflatone, nello specifico si introduce un doppietto inflatonico

Da notare che gli ideatori di SMASH non hanno inventato alcuna particella, hanno “semplicemente” riorganizzato elementi già ipotizzati dando al quadro una chiave d’interpretazione plausibile sulla carta, e portando a compimento un lavoro di sintesi facendo convergere sforzi da diversi ambiti, dalla Fisica delle particelle alla cosmologia.

Vediamo in estrema sintesi quali problemi SMASH dovrebbe risolvere:

1. La materia oscura
Stando alle stime più recenti il 26-27 percento dell’Universo è costituito da un tipo di materia non identificato. Siamo in grado di apprezzare la sua forza gravitazionale, ma con gli strumenti non rileviamo né luce né radiazione, quindi nonostante anni di ricerche non riusciamo a spiegare di che cosa sia composta. Però è certo che la sua presenza è fondamentale per la stabilità dell’Universo. Nessuna tra le particelle incluse del Modello Standard è un valido candidato a costituire la materia oscura.

materia-oscura

2. Le oscillazioni dei neutrini
Lo scorso anno il Nobel per la Fisica fu assegnato ai due fisici che scoprirono l’oscillazione dei neutrini. Si tratta di un fenomeno della meccanica quantistica relativistica, secondo cui un neutrino creato con un determinato “sapore” , per esempio tau, può assumere un sapore diverso al passare del tempo, per esempio elettronico. Questo comporta che i neutrini debbano avere una massa: un fatto che sarebbe incompatibile con il Modello Standard nella sua versione minimale.

3. La bariogenesi
È un grave problema irrisolto della Fisica che può essere sintetizzato in modo piuttosto semplice: perché la parte osservabile dell’Universo ha più materia che antimateria? Secondo il Modello Standard, il Big Bang avrebbe prodotto la stessa quantità di materia e di antimateria, e dal momento che si annichilano l’una con l’altra, dovremmo avere un Universo di sole radiazioni. Il fatto che invece esistano moltissime particelle significa che nello scenario proposto dal Modello Standard ci c’è qualcosa di sbagliato. Cosa?

4. Inflazione Cosmica
Si ipotizza che una frazione di secondo dopo il Big Bang l’Universo abbia subito un periodo di espansione accelerata chiamato inflazione. Nessuno dei fisici tuttavia è in grado di capire come abbia potuto l’Universo espandersi a una velocità superiore a quella della luce, passando quasi istantaneamente da un puntino di dimensioni subatomiche a uno grande quanto una pallina da golf. Fra le ipotesi c’è la presenza dell’inflatone, ma non ci sono prove al riguardo.

5. Il problema della CP forte
Descritto come un “grave difetto del modello standard”, il problema della CP forte potrebbe aiutare a spiegare il motivo per il quale vi è più materia che antimateria nell’Universo. Si tratta di una questione molto complessa, ma in estrema sintesi descrive come una rottura nella simmetria fondamentale dell’Universo non si verifichi nella cromodinamica quantistica (QCD), e nessuno è stato finora in grado di capire perché.

La soluzione?
Il modello SMASH si basa a sua volta su un modello (vMSM, neutrino minimal standard model) proposto nel 2005 dal fisico Mikhail Shaposhnikov dello Swiss Federal Institute of Technology di Losanna, secondo cui l’estensione del Modello Standard a tre neutrini con alcune masse precise potrebbe spiegare contemporaneamente la Materia Oscura, la bariogenesi e l’espansione dell’universo, e potrebbe essere coerente con i risultati degli esperimenti sulle oscillazioni dei neutrini.

Secondo il nuovo studio condotto dal fisico Guillermo Ballesteros dell’Università di Paris-Saclay e dai colleghi Javier Redondo, Andreas Ringwald e Carlos Tamarit, aggiungendo oltre a questi tre neutrini anche una particella subatomica chiamata fermione, un assione e un inflatone si potrebbero risolvere i cinque problemi che abbiamo descritto.

Secondo i ricercatori questa ipotesi si potrebbe verificare utilizzando la prossima generazione di acceleratori di particelle, quindi “entro i prossimi 10 anni o giù di lì”: una prospettiva decisamente breve se si paragona ad altre ipotesi che sono circolate in passato.

Nel frattempo non mancheranno le reazioni della comunità scientifica, non appena il contenuto della ricerca verrà pubblicato su una rivista di settore.

Un attacco informatico di grossa portata e di lunga durata è stato portato avanti lo scorso venerdì ai danni di DynDNS, causando come conseguenza il mancato funzionamento di parecchi dei servizi online più diffusi e popolari. L’attacco si è “sentito” soprattutto lungo la East Coast statunitense, ma non solo, con piccoli ceppi sparsi anche in Europa. La provenienza? Milioni di dispositivi della cosiddetta Internet of Things, come DVR o videocamere di sorveglianza, che hanno inviato pacchetti dati ad una velocità complessiva insostenibile per le infrastrutture del servizio.
Quello di venerdì è stato un attacco DDoS, ovvero una particolare tipologia di aggressione in cui si utilizzano varie tecniche per inviare richieste e pacchetti di dati ad un sito internet. L’obiettivo è abusare del traffico a disposizione del sito in modo da saturarlo e rendere difficile la navigazione sullo stesso per tutti gli utenti. I siti web devono riconoscere i pacchetti “buoni” da quelli provenienti da attacchi e filtrarli, tuttavia se si riesce a bucare la protezione l’aggressore può di fatto inviare un flusso costante di dati provenienti, magari, da milioni di dispositivi in tutto il mondo.

attacco-usa

È successo questo venerdì scorso quando ad essere attaccato è stato un provider DNS, un servizio che risolve l’URL di un sito (ad esempio www.doppiapi.it) nell’indirizzo IP unico a cui il sito stesso fa riferimento. Fra i servizi risultati inaccessibili per parecchie ore citiamo Twitter, Amazon, Tumblr, Reddit, Spotify e Netflix, PayPal, con i browser che non riuscivano a risolvere l’URL e, quindi, garantire l’accesso agli utenti. Come avviene spesso con attacchi hacker di questa portata, all’inizio si è brancolato nel buio sui possibili exploit sfruttati, con gli addetti ai lavori che si sono concentrati principalmente a risolvere le problematiche.

L’intero fenomeno è stato documentato sul sito ufficiale di DynDNS. La pagina con gli aggiornamenti sullo stato dei servizi pubblicava questa breve nota lo scorso venerdì:

“A partire dalle 11:10 UTC (13:10 italiane) del 21 ottobre 2016 abbiamo iniziato a rilevare e mitigare un attacco DDoS contro la nostra infrastruttura DynDNS. Alcuni clienti hanno potuto verificare una latenza maggiore nella risoluzione del DNS in questo periodo”

I servizi sono stati portati alla normalità oltre due ore più tardi, con il messaggio di ripristino dei servizi pubblicati alle 13:20 UTC. Ma l’attacco non si era ancora concluso: nella pagina leggiamo infatti che un altro attacco è stato portato a compimento alle 15:52 UTC, con la situazione che si è protratta per parecchie ore e diffusa anche sui servizi avanzati DynDNS, elemento che ha dilungato le operazioni di manutenzione da parte dei tecnici della società. Il problema è stato ripristinato definitivamente alle 22.17 UTC, a oltre 10 ore dal rilevamento del primo attacco.

Ma cos’è successo davvero? Scoprire il dietro le quinte di un attacco di così grande portata non è mai semplice e probabilmente non conosceremo mai tutti i dettagli, tuttavia parecchie firme di sicurezza hanno segnalato che il malware utilizzato all’interno dell’aggressione è Mirai, il cui codice sorgente è disponibile pubblicamente da circa un mese. Il software malevolo prende di mira dispositivi della Internet of Things, ovvero tutti quei dispositivi tradizionali resi smart dalla capacità di connettersi ad internet, e quindi ad altri dispositivi: ad esempio router, videocamere di sorveglianza.

Sono centinaia di milioni i dispositivi IoT sfruttabili per eventi di questo tipo, e capaci di creare botnet estremamente potenti in grado a loro volta di sferrare attacchi di vastissima portata la cui provenienza risulta difficilmente individuabile. In questo caso gli aggressori, ancora ignoti, hanno deciso di prendere di mira un provider DNS, fattore che ha espanso il disservizio ad una serie di siti web fra i più celebri in assoluto per alcune ore. Secondo Flashpoint l’attacco di venerdì è stato veicolato principalmente da videoregistratori digitali e videocamere IP di XiongMai Technologies.

Tale società vende componenti a produttori di terze parti, che poi vengono integrate all’interno di prodotti commercializzati al grande pubblico: “È notevole che un’intera linea di prodotti di una compagnia sia stata trasformata in una botnet che ha preso di mira gli Stati Uniti d’America”, ha commentato Allison Nixon, dirigente presso Flashpoint, che non esclude la possibilità che siano state utilizzate anche altre botnet nell’attacco nei confronti di Dyn, oltre a quella che ha sfruttato il malware Mirai di cui invece si ha la piena certezza al momento in cui scriviamo.

L’attacco di oggi è interessante, quanto preoccupante, soprattutto per la provenienza. La categoria IoT è quella probabilmente a più rapida espansione oggi, e si tratta di un’espansione che arriverà in maniera silente: router, lampadine, forni, addirittura frigoriferi con browser integrati, saranno tutti dispositivi che si insedieranno quasi senza volerlo nelle case di tutti, sia utenti preparati, che utenti meno esperti. Il problema dei dispositivi IoT non sicuri crescerà insieme a quel trend, e forse crescerà iperbolicamente se consideriamo l’essenzialità dei software integrati.

Il software di molti dispositivi è infatti blindato, l’aggiornamento e la manutenzione particolarmente difficile da parte dell’utente. I produttori al momento si stanno concentrando sulle performance e sull’efficienza di funzionamento, ma al momento pare che la sicurezza stia passando in secondo piano: “Il problema è che in questi dispositivi non è possibile cambiare la password di accesso”, commenta Flashpoint. “La password è codificata dentro il firmware e non sono spesso presenti gli strumenti necessari per disabilitarla. Ancora peggio l’interfaccia web spesso non sa neanche che questa password esiste”.

Secondo i dati di Malware Tech sono circa 1,3 milioni i dispositivi IoT vulnerabili al malware Mirai, fra quelli in circolazione, di cui circa 160 mila accesi e attivi al momento in cui scriviamo, numeri che fanno pensare che non sarà facile fare i conti con attacchi di questo tipo nel prossimo futuro. Le varie compagnie del web cercano da tempo di trovare modi per arginare gli attacchi DDoS, ma le crescenti capacità e dimensioni delle botnet costringono gli esperti a trovare continuamente nuove soluzioni per arginare pacchetti spazzatura sempre più grandi e potenzialmente minacciosi.

L’arrivo sregolato della IoT avrà naturalmente una grossa responsabilità sui prossimi potenziali attacchi, dal momento che la facilità con cui le protezioni dei dispositivi possono essere espugnate e il numero di dispositivi in rapida crescita diventeranno armi potentissime nelle mani di utenti potenzialmente molto pericolosi. Gli esperti chiedono certificazioni di sicurezza più stringenti e nuove leggi, e sembra chiaro a tutti che se qualcosa si fosse mosso prima l’attacco di venerdì si sarebbe potuto evitare del tutto.

Diversi utenti hanno lamentato problemi con il menu Start di Windows 10 ad esempio cliccando il tasto Start il menu non si apre oppure se si apre gli elementi al suo interno non sono cliccabili, oppure si blocca o ancora mancano oggetti, le icone delle app non si aggiornano o non vengono visualizzate correttamente e via dicendo.

Di recente la stessa Microsoft prendendo atto delle segnalazioni degli utenti ha sviluppato e rilasciato un apposito strumento con il quale trovare e risolvere i problemi relativi al menu Start di questo sistema operativo.

Facile da usare in quanto è completamente automatizzato, lo strumento in questione che si chiama startmenu.diagcab (nome del file eseguibile) si scarica da questa pagina del sito della Microsoft:

Facoltativamente si ha la possibilità di cliccare il link “Avanzate” e disattivare l’opzione “Esegui operazioni di ripristino automaticamente” per vedere al termine della procedura di verifica i problemi riscontrati e decidere manualmente quali applicare o meno; diversamente lasciando abilitata l’opzione “Esegui operazioni di ripristino automaticamente” lo strumento si occuperà in automatico della riparazione di tutti i problemi riscontrati.

Dopo aver cliccato il pulsante “Avanti” verrà avviata la scansione con la quale lo strumento verificherà la presenza o meno di vari problemi.

Al termine verranno mostrati gli eventuali problemi relativi al menu Start riscontrati e a seconda dell’opzione “Avanzate” settata al passo precedente la riparazione avverrà in modo automatico oppure si potrà decidere manualmente cosa riparare.
Si ha anche la possibilità di aprire il report (cliccando il link “Visualizza informazioni dettagliate”) per vedere tutte le problematiche rilevate e le correzioni apportate.

Tenere in considerazione che questo strumento è in grado di risolvere solo alcuni problemi noti, dunque se il malfunzionamento del menu Start di Windows 10 dipende da altre cause questo strumento non tornerà utile in tal senso e in tal caso allora fare riferimento all’utilizzo del comando: “sfc /scannow” che permette di ripristinare gli eventuali file di sistema mancanti o danneggiati risolvendo diverse problematiche fra le quali anche quelle relative al menu Start di Windows 10.